XXVII DOMENICA T. O. ANNO A – 2026
LA VIGNA DEL SIGNORE
Per la terza e ultima domenica di fila l’argomento è la vigna, come se la liturgia volesse adattarsi al tempo che le nostre terre stanno vivendo. Prima lettura (Isaia) e Vangelo sono centrati su storie molto simili, ma con alcune sfumature importanti di differenza.
Il padrone della vigna = queste due letture ci parlano di un padrone che prepara una vigna con molta cura: la descrizione (per chi fosse interessato alla storia del vino) è approfondita e interessante. In entrambi i casi il padrone si aspetta dei frutti da questa vigna… ma i frutti non arrivano, ed in tutti e due i casi i casi si prospetta una punizione per i frutti mancati, ma con differenze importantissime.
La prima vigna (Isaia) = nel primo caso la vigna nasce da un gesto d’amore. Il profeta è amico di Dio, e qui lo chiama “il mio diletto”. Dio è il diletto perché è lo sposo della casa d’Israele, considerata la sposa di Dio. Dio fatica per costruire e curare questa vigna, dotandola di viti pregiate, ma la vigna produce solo uva selvatica e cattiva. Questa vigna, dunque, sarà devastata e distrutta. Isaia spiega subito il simbolismo: la vigna è la casa d’Israele, e Dio si aspettava da questa vigna così curata giustizia e pace, e invece arrivano i frutti cattivi: sangue, guerra e oppressione. Qui l’accento è posto sul tradimento: il popolo tradisce le attese di Dio e il suo amore.
Tradimento = la prima riflessione è proprio sul tradimento. Tutti riceviamo da Dio amore, vita e doni. Ma tanti, senza nemmeno rendersene conto, tradiscono le sue attese, poiché Dio si aspetta che ricambiamo l’amore ricevuto da lui con azioni di pace, giustizia e misericordia. È una considerazione universale, che tocca i singoli e le comunità, i credenti e i non credenti.
La seconda vigna (Gesù) = la parabola di Gesù inizia in modo simile: anche qui un padrone costruisce con gran cura una vigna, ma poi l’affitta a dei contadini e se ne va. La lontananza fa sentire quei contadini come padroni della vigna. Perché devono dare al proprietario i frutti? Qui l’accento è posto sull’orgoglio.
Orgoglio = La parabola del Signore ci parla di persone che hanno voltato le spalle all’amore di Dio e hanno pervertito la ricchezza che a loro era stata affidata. Lo scontento, l’orgoglio, l’avidità sono all’origine della distruzione e della morte. Una cecità, veramente irrazionale, che ci porta a pensare che ciò che abbiamo, lo abbiamo per merito nostro e che non ci è stato dato da nessuno. La sete di possesso diventa pervertimento, violenza, omicidio. Alla fine, i capi d’Israele capiranno che Gesù parla di loro, e da qui nasce l’intenzione dei capi dei sacerdoti di catturare Gesù.
A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti = Gesù termina parlando della falsa sicurezza. Questa parabola sembra limitata ai suoi tempi, quando i capi d’Israele si sentivano “giusti” e protetti da ogni azione di Dio, come se godessero di qualche immunità. Però questa frase finale di Gesù illumina anche due millenni di storia del Cristianesimo. Nessuno può considerarsi “padrone di Cristo”, garantito per definizione dal giudizio di Dio e della storia. Nemmeno le comunità cristiane: se noi non produciamo frutto, il regno di Dio ci sarà tolto e dato ad altri. Viene da pensare alle comunità fondate da S. Paolo, con fatiche e cure inenarrabili – quelle stesse comunità che ritroviamo nelle lettere di Paolo sovente lette durante la Messa. Pochi secoli dopo quelle comunità furono spazzate via dalla storia, e rimane il ricordo solo nelle sue lettere. Noi europei ci crediamo il centro della Cristianità, della civiltà, un faro per il mondo. Il Papa è a Roma e ovunque abbiamo cattedrali e segni di fede… ma nulla garantisce la permanenza del regno di Dio tra di noi se non la voglia di produrre frutti. Nell’anno passato i cattolici sono cresciuti di ben 25 milioni! Ma non qui… La Chiesa cresce in America Latina, in Africa, in Asia. Qui invece diminuisce.
E noi? = fin qui sembra una storia tragica ma senza attinenza immediata con la nostra vita. Allora dobbiamo domandarci: Dio è venuto a chiedermi i frutti della vigna che mi ha affittato? Oh sì! E molte volte! Come il padrone ha mandato servi ai fittavoli, così Dio continuamente manda suoi servi a me… una moglie, un marito, un fratello, un amico, un anziano, un malato, un povero, un estraneo, un emarginato: sono tutti servi mandati a riscuotere il debito della mia vigna. Siamo stati da Lui amati, colmati di doni, perdonati, e nella nostra vigna Dio pianta continuamente frutti preziosi… Dio non ha bisogno di nulla, ma i suoi servi e i suoi figli sì – tutto ciò che doniamo agli altri (in tempo, beni, accoglienza, attenzione, misericordia…) è l’affitto della nostra vita che paghiamo a Dio.