Omelia del 15 marzo 2026

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 IV DOMENICA QUARESIMA A – 2026
IL VOSTRO PECCATO RIMANE
In questa lunga, meravigliosa pagina le parole “peccato” e “peccatore” ritornano più volte: è, infatti, una delle più profonde riflessioni del Vangelo sul peccato. Potremmo dividerla in tre parti.
1 - Chi ha peccato? = la prima parte trae origine da questa domanda dei discepoli e riflette una mentalità diffusa ancora oggi: il male, le disgrazie, sono una punizione di Dio. Ancora oggi sentiamo a volte dire: perché Dio mi ha mandato questa disgrazia? Non ho fatto niente di male… Gesù smonta quest’idea, sottolineando come Dio addirittura può trasformare il male in occasione di bene (perché in lui siano manifestate le opere di Dio).
2 - Il processo al contrario = la parte centrale è volutamente lunga, seguendo tutte le traversie del miracolato. L’evangelista sottolinea la lunghezza usando per ben otto volte la parola “allora”. Il cieco guarito, dopo aver beneficiato della grazia di Dio, viene indagato e alla fine messo addirittura sotto accusa. Bene fa l’evangelista Giovanni a fargli raccontare tutto ogni volta daccapo, perché questo ci trasmette la pressione subita dal pover’uomo, sottoposto prima all’incredulità e poi alla cattiveria. Si comincia coi vicini, poi arrivano i farisei – questi a loro volta interrogano perfino i genitori, e infine ritornano dal guarito, arrivando a insultarlo. Tutto è frutto di un ragionamento al contrario. Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore, dicono i farisei di Gesù – tutte le chiacchiere partono da questa pretesa verità. Poiché Gesù è un peccatore, i casi sono due: o l’uomo non era cieco, o la guarigione non è opera di Gesù. Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista: per questo motivo si rivolgono ai genitori, i quali sembrano persino contrariati dalla guarigione del figlio. Questa specie di processo ci permette di comprendere quello che potremmo chiamare il “falso ordine del mondo”. Gli uomini trovano un posto per il male nel mondo: anche il cieco aveva un posto, perché era un mendicante (dice il Vangelo). Noi invochiamo l’intervento di Dio, non però nel senso del bene, ma nel senso di mantenere un male che ci fa comodo. Immaginiamo il Regno di Dio perfettamente realizzato oggi: non ci sono più malattie (e gli ospedali si svuotano, le case farmaceutiche vanno in malora, cessano immensi guadagni e si creano valanghe di disoccupati) – non ci sono più poveri (e allora chi facciamo lavorare per pochi soldi?) – non ci sono più guerre, tutti sono in pace e si amano (ma allora l’industria della guerra? E i governanti che non avrebbero più potere su nulla?) Purtroppo, il mondo degli uomini è organizzato perché il male rimanga e sia utilizzato per mantenere il controllo su di noi.
3 - E lo cacciarono fuori = la terza parte inizia con la cacciata dell’ex-cieco. Nel tormento delle domande, egli ha infatti maturato la comprensione di quanto è avvenuto, e sfida i farisei: sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta (…) Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla. Questo è l’inizio della sua conversione, e quando quest’uomo incontra Gesù, manifesta la sua fede: Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Questo è il vero miracolo: se quest’uomo avesse acquistato la vista, ma non avesse riconosciuto Dio, sarebbe rimasto cieco nell’anima.
Il giudizio = dice Gesù: È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi. Il giudizio di Dio è semplicemente la verità: chi – mosso dall’orgoglio e dalla presunzione – vuole rimanere nelle tenebre, è accecato dalla verità. Ma il tempo che abbiamo è limitato: non possiamo pensare che rimarremo qui in eterno. Questo è il tempo in cui agire. Dice Gesù all’inizio di questa pagina: Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Le nostre azioni sono valide e valutate ora – quando non potremo più agire, cioè dopo la morte, subiremo le conseguenze delle nostre azioni.