Omelia del 26 aprile 2026

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 IV DOMENICA PASQUA ANNO A – 2026
IL PASTORE E I PASTORI

Oggi è la cosiddetta “domenica del Buon Pastore” e le letture sono organizzate su questo tema in senso ascendente. Nella prima lettura abbiamo ascoltato il discorso che S. Pietro rivolge nel giorno di Pentecoste agli ebrei non ancora credenti. È un invito alla conversione e al battesimo in toni forti e appassionati (Salvatevi da questa generazione perversa!), tant’è che ben tremila persone si convertono.
Troviamo di nuovo S. Pietro nella sua prima lettera (seconda lettura), ma ora sta parlando a una comunità divenuta cristiana da tempo. Ad essi ricorda il sacrificio di Cristo e la via della fede che ora percorrono (Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime).
Infine, nel Vangelo è Gesù stesso a parlare: Io sono la porta delle pecore (…) se uno entra attraverso di me, sarà salvato. Nella Bibbia il tema del pastore è molto importante. Israele fu, all’inizio, un popolo di pastori nomadi. In questo tipo di società il rapporto tra il pastore e il gregge non è solo di tipo economico, basato sull’interesse. Si sviluppa un rapporto quasi personale tra il pastore e il gregge: giornate e giornate passate insieme in luoghi solitari… alla fine il pastore conosce tutto di ogni pecora, e le pecore riconoscono e distinguono la voce del pastore che spesso parla a loro. Questo spiega perché Dio si è servito sovente di questa immagine, oggi divenuta ambigua (nessuno ormai vuole essere la pecora di un gregge!). In seguito, già nella Bibbia, l’immagine si sdoppia, e si comincia a parlare di “cattivi pastori” che invece di fornire protezione e sicurezza diventano strumento di sfruttamento e oppressione.
Essere pastori oggi = Il discorso sui «pastori» della Chiesa oggi non è facile per le incrostazioni storiche che hanno deformato le prospettive e hanno falsato la mentalità anche tra i fedeli. Restituire la verità e l’autenticità ai pastori e alle loro funzioni nella Chiesa è compito urgente. Il Papa, supremo pastore, viene ancora visto in troppi ambienti come un capo politico, un diplomatico, l’espressione di un assolutismo scavalcato dai tempi. Occorre invece presentarlo, qual è veramente, come il centro di unità e di coesione della Chiesa. Nello stesso modo, il Vescovo non è un dignitario, un alto funzionario dello spirito, lontano e distaccato dal suo gregge, ma il centro di unità della Chiesa locale, il maestro e il padre della famiglia diocesana. Il Parroco e i Sacerdoti impegnati nel ministero pastorale non sono dei burocrati e dei funzionari cui rivolgersi per espletare delle «pratiche», per ottenere «raccomandazioni», non sono neppure distributori di elemosine o di sacramenti. Sono soprattutto «pastori» dedicati al loro popolo, che devono servire con amore e dedizione. Delegata ad alcuni uomini, l’autorità nella Chiesa non può che essere il segno del governo del Signore: essa non è un assoluto, è tutta in relazione con il Cristo risorto.
Imparare a riconoscere la voce del Pastore = Noi cristiani dobbiamo, quindi, imparare a riconoscere, tra mille voci che solcano l’aria, quella voce del nostro pastore che, dice Gesù, è nota alle sue pecore. Non si tratta di seguire il partito di Cristo o della Chiesa, ma Cristo stesso, al di sopra delle ideologie e delle spiegazioni di parte. Dobbiamo scoprire come vede e giudica Gesù le cose e gli eventi di questo mondo. Scoprire quella verità che soltanto ci può rendere liberi.
Chi entra attraverso di me, troverà pascolo, ha detto Gesù. Questo pascolo è lui stesso, la sua Parola che abbiamo appena ascoltato, e il suo corpo che ora ci apprestiamo a ricevere.